Alla fine arrivò.

Arrivò il momento in cui se ne rese conto. Lui era la malattia, ma anche la cura.

Era il bianco e il nero. Ed era anche tutte le infinite sfumature di grigio che li separano.

Il giorno e la notte. La luce e il buio. Le parole e i silenzi. Era terra e mare.

Non c’era via di scampo per lei.

Per lei che aveva sempre pensato di poter controllare tutto.

In quel momento capì di essere naufragata.

E l’unica ancora di salvezza era lui.

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E magari il mare lo trovi in un paio d’occhi.

Azzurrissimi, ti guardano senza lasciarti scampo. E ti perdi, completamente. Non vedi più niente intorno. Non c’è spiaggia, non c’è gente. Non c’è più nemmeno il sole. Due occhi. Azzurri come il mare più azzurro. Profondi come il mare più profondo. E il naufragare non potrebbe essere più dolce in quel mare.

Che poi tante volte le parole non servono.

E’ come quando guardi dal finestrino del treno. Potresti stare ore ad osservare la vita che scorre là fuori. Non hai bisogno di parlare. Accumuli immagini e le memorizzi automaticamente. Vedi le case passare, e gli alberi, i prati ed anche i campi di fiori. Vedi il cielo cambiare colore, da azzurro ad arancio, fino al blu profondo della notte. Passa tutto velocemente quando sei sul treno. Sei come fuori dal mondo, in uno spazio ovattato. E il mondo lo lasci scorrere davanti a te. Senza rimpianti, perchè tu, da quel treno, non potresti comunque fare nulla. Lasci che sia il mondo, per una volta, a decidere per te. Perchè ogni tanto la vita devi lasciarla scorrere.